Fusioni a freddo? No grazie

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Area urbana, primo passo integrazione dei servizi

di ANNA TAVERNA

L’argomento del convegno  “Ripensare Rende e l’Area urbana rappresenta una tematica importante e di grande attualità, sia sul piano nazionale che su quello locale.

Com’è noto a tutti, a livello locale, l’argomento è ritornato alla ribalta, a seguito del referendum che si è svolto per la fusione dei 5 Comuni della pre-Sila, in conseguenza del quale quattro dei Comuni interessati hanno votato a favore della fusione, onde, si attende ora il provvedimento della Regione che formalmente ratifichi e sancisca detta fusione.

Inoltre, altri Comuni della Regione sembrano procedere in tale direzione, quali ad esempio Rossano e Corigliano, pur trovandosi tuttavia ad affrontare, come pare, una serie di problemi dal punto di vista tecnico.

Senza dover allontanarsi troppo da casa propria, a Rende, da diversi anni ormai si parla e si ragiona in termini di Area Urbana, con i vicini Comuni di Cosenza e di Castrolibero.



Diverse opere, nel corso degli anni e grazie all’intesa attività delle passate Amministrazioni socialiste e riformiste, sono state pensate e realizzate in termini di Area Urbana.

Attraverso il PSU, prima, e il PISU successivamente (di comune accordo tra i Sindaci di Rende, si è lavorato, almeno dal 1999 sino al 2010, per dare infrastrutture e servizi all’Area Urbana, che, senza la Nuova Rende, costruita grazie al Riformismo rendese, non esisterebbe.

Il PSU ha immaginato l’Area Urbana, puntando su innovazione e cultura e, dunque, sui centri storici e sull’UNICAL.

Fondi pubblici grazie ai socialisti

Nel contempo tutto questo ha consentito di intercettare fondi europei e di realizzare importanti opere, quali il viale Principe e il viale Parco, il Parco Acquatico, piazza Bilotti e di avviare, con lo studio di fattibilità e il progetto esecutivo, la Metropolitana leggera.

Grazie a PSU e PISU sono stati ricevuti ben 35 mln di euro sull’intera filiera dell’Area Urbana e altri 35 mln di euro arriveranno con i POR 2014-2020. Ciò proprio in quanto venne portata all’attenzione della Regione la questione dell’Area Urbana.

Tuttavia, quegli stessi Amministratori capirono che c’era bisogno non di una fusione a freddo, bensì di un’integrazione e progettazione comune di importanti servizi.

Dunque, nonostante, le passate Amministrazioni socialiste abbiano sempre riconosciuto l’enorme rilevanza della questione e, senza dubbio, i potenziali vantaggi che ne sarebbero derivati, nel contempo, l’avvedutezza e la lungimiranza di chi, per svariati decenni ha amministrato il Comune di Rende, ha saggiamente imposto cautela e illuminato raziocinio nell’affrontare la questione. Ciò, al fine di potere ottenere un esito positivo, volto all’effettivo accrescimento delle potenzialità già insite in un Comune come quello rendese e non invece un’inutile e fallimentare dispersione di risorse e di patrimonio costruiti nel tempo con inarrestabile impegno.

Due sindaci pressappochisti

Tali considerazioni si appalesano più che mai necessarie nel momento attuale, attese le dichiarazioni più o meno recenti e l’atteggiamento di consenso da parte dei due Sindaci di Cosenza e di Rende, rispetto all’ipotesi di un’iniziativa per la richiesta del referendum consultivo in merito alla fusione dei due Comuni, con un evidente e discutibile atteggiamento di pressappochismo e di superficialità, rispetto ad una materia che, come già detto, richiederebbe una riflessione e soprattutto una verifica ben più approfondite ed adeguate.

Solo per mero tuziorismo espositivo, è bene ricordare che l’argomento risulta attualmente disciplinato dall’art. 15 della legge 267\2000, ossia il T.U. delle leggi sull’ordinamento degli Enti locali, il quale, al 1° comma, sotto la rubrica, “Modifiche territoriali, fusione ed istituzione di comuni”, espressamente sancisce:

  1. A norma degli articoli 117 e133 della Costituzione, le regioni possono modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni sentite le popolazioni interessate, nelle forme previste dalla legge regionale. Salvo i casi di fusione tra più comuni, non possono essere istituiti nuovi comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti o la cui costituzione comporti, come conseguenza, che altri comuni scendano sotto tale limite.
  2. La legge regionale che istituisce nuovi comuni, mediante fusione di due o più comuni contigui, prevede che alle comunità di origine o ad alcune di esse siano assicurate adeguate forme di partecipazione e di decentramento dei servizi.
  3. Al fine di favorire la fusione dei comuni, oltre ai contributi della regione, lo Stato eroga, per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati ad una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli comuni che si fondono.
  4. La denominazione delle borgate e frazioni è attribuita ai comuni ai sensi dell’articolo 118 della Costituzione.

 

Di conseguenza, le varie Regioni si sono dotate ciascuna di una propria legge sul punto e, nello specifico, la Regione Calabria ha emanato la L.R. n. 15\2006, che appunto disciplina il “Riordino territoriale e l’incentivazione delle forme associative dei Comuni”, la quale, tra le altre disposizioni, all’art. 5, comma 3, disciplina la specifica figura della “Fusione di Comuni”, disponendo espressamente che “L’istituzione di un nuovo Comune mediante fusione di uno o più comuni contermini deve essere preceduta da un referendum sulle delibere consiliari di fusione, svolto secondo le vigenti disposizioni legislative regionali. Esso deve altresì assicurare adeguate forme di partecipazione e di decentramento dei servizi nell’ambito dei territori coincidenti con le preesistenti istituzioni comunali”.

Occorre una legge regionale specifica

Per la fusione di Comuni occorre, dunque, una legge regionale specifica, preceduta dalla consultazione delle popolazioni interessate, attraverso un referendum consultivo obbligatorio.

Sulla base della legge regionale generale, dopo il referendum che abbia avuto esito favorevole, viene emanata dunque la legge regionale istitutiva di un nuovo Comune, c.d. legge-provvedimento, alla quale è riconosciuta la potestà di disporre direttamente sulla specifica situazione derivante dalla fusione di preesistenti Comuni.

Il breve e sintetico excursus normativo operato serve ad introdurre più compiutamente e chiaramente la prospettazione delle diverse problematiche correlate alla realizzazione dell’Area Urbana e, ancor più, alla fusione dei Comuni, considerando le quali incontrovertibilmente si impone una cauta riflessione in ordine ai passaggi e alle azioni da porre in essere, soprattutto laddove, come ultimamente si sta verificando, si giunga a parlare di Città unica e di referendum consultivo.

Innanzitutto, e in via più generale, la stessa legislazione regionale andrebbe probabilmente integrata con una produzione normativa più consona ed adeguata alle diverse realtà, atteso che la fusione di piccoli Comuni è cosa ben diversa dall’ipotesi di fusione di Comuni che siano già città, con un rilevante numero di residenti.

La legge regionale dovrebbe prevedere step differenti e, soprattutto, delineare un quadro normativo che tenga conto delle diverse realtà ed imponga linee e criteri capaci di guidare e razionalizzare il processo di fusione, in un contesto di superamento delle varie disomogeneità, anche attraverso un’azione concorrente e di supporto rispetto a quella dei Comuni.

Norme attuali insufficienti

Al contrario la normativa appare piuttosto scarna e, pertanto, insufficiente a disciplinare ed accompagnare il processo di fusione degli enti locali.

Non solo, la stessa disciplina in materia di referendum, di recente modificata (legge n. 13\1983), all’art 44 comma 2, dispone che “Nelle ipotesi di referendum consultivo obbligatorio disciplinate dall’articolo 40, la proposta referendaria si intende accolta nel caso in cui la maggioranza dei voti complessivi dell’intero bacino elettorale validamente espressi sia favorevole alla medesima, anche qualora non abbia partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto”, con l’aberrante conseguenza di potersi ritenere, dunque, che la consultazione popolare abbia avuto esito favorevole, anche in presenza di una scarsa partecipazione al voto, purchè vi sia la maggioranza dei voti favorevoli di coloro che si siano recati alle urne e non degli aventi diritto.

Laddove, tuttavia, il contesto legislativo appare ancora inadeguato, risulta più che mai fondamentale l’azione dei Comuni, i quali dovranno primariamente verificare e sperimentare i presupposti per un’effettiva integrazione.

Ecco che l’idea di recente prospettata ed annunciata di una Città Unica e dell’indizione del relativo referendum, allo stato attuale, non può che suscitare il più totale dissenso.

Sperimentazione prima del referendum

Il referendum consultivo, attraverso il quale i cittadini verrebbero chiamati ad esprimersi sul nuovo assetto istituzionale dei Comuni interessati, deve necessariamente essere preceduto da un iter volto a sperimentare l’effettiva fattibilità e possibilità di realizzare l’Area Urbana. In caso contrario, i cittadini verrebbero chiamati ad esprimersi semplicemente su un’idea priva di alcun fondamento.

Ciò rappresenterebbe la mortificazione e la frustrazione stessa del concetto di democrazia insito nell’istituto del referendum, laddove lo stesso risulterebbe svuotato di qualsivoglia significato.

Certamente l’Area Urbana può rappresentare una importante opportunità e tale convinzione è stata sempre radicata nelle Amministrazioni rendesi.

Tale discorso infatti non è assolutamente volto ad inficiare l’efficacia ed il valore dell’idea di Area Urbana.

Ciò che non appare condivisibile sono i metodi ed i passaggi più o meno annunciati.

In linea teorica, diversi sono i vantaggi che possono derivare dalla realizzazione dell’Area Urbana: certamente un potenziamento delle risorse, grazie allo sfruttamento delle economie di scala nei costi e nei tempi, con conseguenti maggiori risorse da dedicare ai servizi ai cittadini e alle attività commerciali; vantaggi derivanti dalle premialità previste e, dunque, dagli incentivi statali e regionali.

Tanto lo Stato quanto la Regione, infatti, considerando la fusione quale idonea risposta ad una necessaria razionalizzazione della spesa ed ad un efficientamento della gestione dei servizi per il cittadino, con la possibilità di realizzare investimenti in progettazione di nuove opere pubbliche e in manutenzione di quelle esistenti, prevedono importanti incentivi.

E tutto questo ha un suo indiscusso valore.

Ma, affinchè tali posizioni di vantaggio e di positività possano concretamente realizzarsi, a beneficio del nuovo Ente, rappresentando un effettivo accrescimento, occorre lavorare preliminarmente perchè un’eventuale fusione non si concretizzi in una perdita dell’identità territoriale di un Comune a favore di un altro e, quindi, si traduca in un impoverimento identitario e in uno smarrimento culturale.

Ciò significa innanzitutto che il processo che si va a costruire deve avvenire in termini non di mera agglomerazione di territori, ossia di annessione, bensì di reale conurbazione.

Tale attenzione è più che mai necessaria ed improrogabile rispetto ad un Comune come quello rendese, il quale ha sempre rappresentato un territorio d’eccellezza, non solo in Calabria, bensì nell’intera area del mezzogiorno, a livello politico, amministrativo ed urbanistico.

No all’annessione

Non si può in alcun modo consentire che il progetto di Area Urbana conduca ad una non auspicata annessione del territorio rendese (senza il quale l’idea stessa di Area urbana neppure esisterebbe) a quello di Cosenza.

E purtroppo nel momento attuale la città di Rende non vive uno dei momenti più prosperi, al contrario, il degrado e lo stato di mortificante e dannifera inerzia, per una città che per decenni ha rappresentato un fiore all’occhiello, dominano ormai incontrastati. La città, allo stato, sembra infatti relegata in una posizione di emarginazione politica ed amministrativa, che renderebbero impari il confronto in un eventuale progetto di fusione.

Ciò detto, occorre inevitabilmente porsi una serie di interrogativi, innanzitutto, sotto il profilo economico, affinchè l’eventuale maggiore livello di indebitamento di un Comune non vada a pesare ed appesantire la posizione dell’altro; interrogativi in ordine all’esistenza dei reciproci patrimoni e alla manutenzione degli stessi, interrogativi sulla possibilità di integrazione dei servizi ai cittadini.

In virtù di quanto detto, prima di qualsiasi iniziativa di fusione, risulta più che mai necessaria una valutazione ampia ed approfondita, basata su studi di fattibilità (come già avvenuto nel territorio di altre Regioni, dove le stesse Regioni hanno contribuito ad accompagnare tale processo) e su una concreta e graduale sperimentazione sul campo, partendo magari da posizioni partecipative intermedie, quali ad esempio l’unione dei Comuni e che preveda un coinvolgimento ed una compartecipazione di tutta la popolazione, per poi eventualmente, e solo successivamente, approdare ad un discorso più ampio, sulla base di dati concreti e già sperimentati, sui quali, solo allora i cittadini saranno in grado di rispondere.

Su tutto questo però l’attuale Amministrazione di Rende rimane inerte e silenziosa; la questione non viene affrontata sotto nessun aspetto, pur manifestandosi un tacito consenso rispetto alle posizioni espresse dal Sindaco di Cosenza, in ordine alla costituzione della Citta unica.

Sembra non sussistere alcuna preoccupazione riguardo alle problematiche più rilevanti e cogenti, che inevitabilmente andrebbero ad incidere sul progetto di Area Urbana, condizionandone gli sviluppi e le prospettive, e rispetto alle quali l’attuale Amministrazione rimane laconica.

Metroleggera, un tracciato da variare

Ciò a cominciare dalla rete metropolitana, un’opera fortemente sostenuta e voluta dalle passate Amministrazioni del Comune di Rende, oggi proposta con un tracciato di ingresso nel Comune di Rende, di difficile realizzazione e negativo per i tempi di percorrenza.

Stessa cosa può dirsi per il nuovo Ospedale, che della città unica dovrebbe far parte e che potrebbe avere come sito, proprio il territorio rendese per l’indiscutibile vicinanza con la cittadella universitaria, con un conseguente accrescimento di potenzialità ad ogni livello, politico-amministrativo, sanitario ed accademico. Su tutto questo sembra essere calato il silenzio più assordante.

Tutte le questioni testè elencate ed altre ancora, a cominciare dal concetto stesso di Area Urbana e\o di fusione con altri Comuni, nonostante la loro estrema rilevanza, non risulta siano mai state discusse dall’attuale Amministrazione di Rende, né in sede consiliare nè in nessun altro pubblico consesso.

Tutto quanto esposto conferma dunque l’assoluta insussistenza delle condizioni necessarie per l’ipotesi di fusione dei Comuni.

Ciò posto, alla luce di tutto quanto detto, nonché della situazione attuale in cui il Comune di Rende si caratterizza, prima di affrontare ogni altra questione, occorre innanzitutto ripartire da Rende, ripensare la città, dandole nuovo vigore, facendola uscire dallo stato di degrado e di immobilismo in cui si trova, fare in modo che ritorni protagonista della scena politico-amministrativa e, solo allora, attraverso un percorso ragionato ed integrato, sarà possibile compiere passi ulteriori.


Nella foto in evidenza, il convegno del 3 aprile 2017 alla Biblioteca Civica di Quattromiglia. Da sinistra, Sandro Principe, Anna Taverna, Massimo Clausi e Enrico Caterini

 

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