Il piano casa secondo Talarico

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Una legge imposta a Scopelliti da Berlusconi

di MIMMO TALARICO

LE recenti  polemiche dei giorni scorsi sul cosiddetto “Piano casa”, hanno riproposto un dibattito che qualche anno fa ha tenuto impegnato il consiglio regionale della Calabria. Da una parte vi erano i fautori della Piano casa (il centrodestra di Scopelliti); dall’altra coloro (il centrosinistra raramente unito) che ne respingevano il recepimento e l’applicazione.   Sono stato, e resto, un convinto assertore dell’inutilità e della dannosità di un simile strumento, che a dispetto di quanto vogliano farci credere i neo urbanisti locali, non nasce a Rende e neanche in Calabria.

Giuseppe Scopelliti

Giuseppe Scopelliti

Fu il governo Berlusconi nel 2009 a proporre lo strumento, allo scopo di sostenere il settore edilizio secondo una visione che confonde lo sviluppo con la rendita immobiliare. Le stesse argomentazioni vennero riprese pari pari dal governo di centro destra alla guida  della Regione Calabria che li trasfuse in una proposta di legge. Da lì, con qualche anno di ritardo, un’altra giunta di centrodestra (beffarda casualità) fa approdare quelle norme, senza cambiare una virgola, nel consiglio comunale rendese.

Non pochi opinionisti locali e nazionali si spesero, allora,  in apprezzamenti lusinghieri nei confronti del governo Berlusconi, convinti com’erano di trovarsi difronte a un vero “Piano casa” di fanfaniana memoria, cioè quel piano che negli anni ’50 diede una casa a coloro (erano milioni) che una casa non ce l’avevano. Allora chiariamo subito che la definizione di Piano casa è quantomeno impropria e che la legge cosi denominata ha altri obiettivi: alcuni palesemente spiegati nella stessa legge, altri deducibili dallo spirito più che dalla norma.

La legge in questione, in tutte le sue versioni regionali, non favorisce in alcun modo l’accesso all’abitazione, sia essa popolare, convenzionata, sovvenzionata, delle famiglie con redditi bassi e medio bassi.

La motivazione sarebbe riconducibile a un  filone tradizionale, molto tradizionale, dell’imprenditoria nazionale e locale, secondo il quale, quello edilizio  rappresenterebbe un settore trainante dell’intera economia. Questa asserzione, tuttavia,  non è più vera da tempo, da quando cioè si è arrivati a livelli di saturazione del mercato. Le ragioni sono tante e tutte note.

Rende non rappresenta un’eccezione. Anzi su questo territorio, a quanto pare ancora sconosciuto agli attuali amministratori, non mancano superficie edificatorie, così come non mancano strumenti normativi di tipo locale per far fronte a  micro necessità edilizie impellenti.  Potrebbero essere realizzati almeno due milioni di volumi nelle aree, a destinazione urbanistica di tipo C, B, F soggette a piani di lottizzazione. Vorrei ricordare, inoltre, che nelle norme tecniche del PRG vigente è pure rintracciabile un norma premiale di 150 metri cubici per fabbricati sprovvisti dei servizi essenziali.

Allora perché introdurre un corpo di norme in deroga allo strumento urbanistico vigente, perché consentire ciò che  fino ad oggi non era consentito e rendere legale ciò che era illegale? Ho colto, dalle risposte provenienti  dall’amministrazione comunale, da un lato una sorta di atteggiamento di generosità verso cittadini “frustrati” per la penuria di metri quadri; dall’altro la voglia di “democratizzare” l’urbanistica locale all’insegna del fai da te. Sfugge, però, ai proponenti che ogni intervento edilizio al difuori di un piano, di un programma, di un qualsiasi strumento di contesto, ha buone, direi certe probabilità di diventare un brutto intervento.

 

Gli effetti estetici, funzionali, urbanistici di tali politiche sono facilmente immaginabili e anche facilmente riscontrabili.

A tal proposito è consigliabile la lettura delle belle e amare pagine dell’archeologo Battista Sangineto. L’istinto cementizio che ha distrutto il paesaggio della Calabria e del Mezzogiorno non può essere lasciato libero. Anzi ad esso, per quel poco che c’è da salvaguardare, occorre apporre freni stringenti. E’ noto che In Calabria ci sono più case che abitanti e negli ultimi quarant’anni si è costruito più che in quasi duemila anni. A rendere ancora più incoscienti tali politiche di sostegno è il  tasso di natalità negativo che affligge la Calabria più dell’Italia. Rende non è estranea al fenomeno demografico in atto. Il calo degli iscritti dell’Università è un ulteriore elemento che dovrebbe far riflettere in maniera seria tutti coloro che hanno una responsabilità pubblica, soprattutto coloro che pensano all’edilizia come l’unica via dello sviluppo in quest’area. Non vi è dubbio che per molti anni, almeno a Rende, il settore ha rappresentato un pezzo significativo, forse prevalente dell’economia locale. Oggi non è più così. L’idea che con l’edilizia possa ripartire l’economia è una mera illusione. Se ne sono accorti finanche le associazioni di categoria, ANCE in testa, dalla quale negli ultimi anni abbiamo ascoltato convincenti ragionamenti sul recupero e sulla riqualificazione del nostro patrimonio abitativo, pubblico e privato.

La domanda che proviene dalla città di Rende è oggi  orientata al recupero e alla riqualificazione di un patrimonio abitativo che comincia ad essere datato, e ad un tipo di abitazione economicamente  accessibile oggi offerta da alcuni comuni vicini, i quali  però non godono dell’attrattività che ancora oggi Rende conserva in termini di qualità della vita.

Tuttavia questi caratteri della città, unanimemente riconosciuti, non sono riusciti  fermare negli ultimi anni l’esodo verso i comuni vicini delle giovani coppie in cerca di casa.

Rende,  anche con i suoi punti critici (gli unici segnalati dalla maggioranza) rappresenta ancora un modello urbanistico positivo in una fase storica di profonda crisi della cultura urbanistica nazionale. La cura del bello, degli spazi, della socialità ha lasciato il posto, negli anni, alla cultura del lassair fare, cioè all’idea che una società senza regole o con poche regole sia una società più veloce e produttiva.

Non sono in grado di calcolare gli effetti della contestata delibera sul nostro territorio. Di certo una siffatta proposta, passata senza alcuna riflessione di medio e lungo periodo e soprattutto senza alcun ancoraggio a un’idea di città o a una qualsivoglia cultura urbanistica, rappresenta un fatto negativo per l’intera comunità. A cui si aggiunge il convincimento sempre più d’opinione pubblica di essere governati da amministratori  privi di visione, affannati a dare risposte particolari e contingenti.

 

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