Senato: tra passato e futuro

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Una scelta importante

Breve riflessione sulla riforma costituzionale

di ALESSANDRO DE ROSE

APPARE essere preliminare all’analisi della riforma del Senato della Repubblica una breve valutazione storica del contesto sociale e politico presente all’epoca in cui venne disegnata l’originaria architettura dell’Istituzione che rappresenta il cuore della vita politica nazionale: il Parlamento.
L’attuale assetto Parlamentare che prevede un “cuore” diviso in due metà (Camera dei deputati e Senato della Repubblica) risale all’entrata in vigore dello Statuto Albertino il 4 marzo del 1848 e questo modello venne in seguito esteso al nascente Regno d’Italia. Per comprendere le ragioni che hanno indotto ad adottare un sistema parlamentare ispirato ad un bicameralismo perfetto (ossia i poteri delle due Camere sono perfettamente identici) è necessario tenere presente che in quell’epoca il Regno d’Italia era uno Stato liberale in cui non vi era ancora il suffragio universale e dunque potevano aver accesso alla vita politica attraverso la partecipazione alle elezioni soltanto i cittadini che avessero determinati requisiti (i cittadini maschi con 25 anni d’età che sapessero leggere e scrivere e pagassero 40 lire d’imposta diretta): in sostanza ci troviamo in uno Stato ove il potere politico è detenuto dalla classe borghese e dall’aristocrazia; da qui sorge la necessità di creare un’Istituzione che rappresentasse gli interessi di entrambe queste classi; da ciò deriva un Parlamento formato da due Camere:

-la Camera dei deputati eletta sostanzialmente dai borghesi

-il Senato del Regno in cui i senatori erano nominati a vita dal re.

Si comprendono dunque agevolmente le ragioni che hanno indotto ad un assetto bicamerale perfetto in cui alla Camera venivano tutelati gli interessi dei borghesi ed al Senato quelli dell’aristocrazia: una legge poteva entrare in vigore solamente se gradita ad entrambi i ceti sociali. Le ragioni per cui i nostri Costituenti hanno optato per un sistema bicamerale perfetto (che peraltro tra gli Stati democratici non federali è applicato solo in Italia!) sono senz’altro singolari ed affondano le radici sia nel desiderio di sancire un taglio netto con l’impostazione istituzionale fascista (la Camera dei deputati venne sostituita con la Camera dei fasci e delle corporazioni) e sia come cautela data l’incertezza dei successivi sviluppi politici. I padri Costituenti discussero a lungo se adottare o no il modello del bicameralismo perfetto e vi fu un dibattito molto acceso anche per ciò che concerne la rappresentanza del Senato; infatti, si voleva fare del Senato la sede in cui fossero rappresentati gli interessi delle categorie professionali e delle autonomie locali. [A parere di chi scrive le ragioni per cui tale linea fu abbandonata sono da individuare nel contesto storico/politico internazionale dell’epoca: la Costituzione prevedeva l’Istituzione delle Regioni (anche se poi furono istituite solo nel 1970) e delle autonomie locali. Su scala nazionale politicamente dominava la democrazia cristiana ma su scala locale (ad esempio in un contesto regionale come l’Emilia Romagna) la scena politica era dominata dal partito comunista assolutamente non gradito ai nostri alleati e finanziatori Stati Uniti d’America, che, non so come, riuscirono ad indirizzare la Costituente nel senso di negare rappresentatività alle autonomie locali per negare indirettamente rappresentatività al partito comunista che tali autonomie poteva rappresentare! Ci si poneva così al riparo dal rischio che il partito comunista, gradito invece all’URSS, potesse partecipare alla determinazione della linea politica nazionale … ma questo, lo ripeto, sono solo le convinzioni infondate di chi scrive.] 

Attualmente abbiamo dunque un’architettura Parlamentare formata da due Camere con poteri perfettamente identici in cui le uniche differenze sono date dal numero dei componenti, 630 per la Camera e 315 per il Senato (oltre i senatori a vita) e la legge costituzionale 3/1963 ha anche equiparato la durata in carica dei componenti che prima era differente (5 anni la durata della Camera e 6 per il Senato) mentre ora durano entrambe in carica per lo stesso periodo (5 anni).

La riforma

La riforma del Senato illustrata nei suoi punti salienti prevede le seguenti novità:

Denominazione: innanzi tutto continuerà a chiamarsi Senato della Repubblica e non Senato delle Autonomie come originariamente proposto;

Composizione: sarà formato da 100 membri di cui 95 eletti dai Consigli regionali (74 consiglieri indicati dagli elettori e 21 sindaci del territorio regionale) e 5 nominati dal Capo dello Stato per una durata di 7 anni (non più a vita); resteranno senatori a vita soltanto gli ex Presidenti della Repubblica;

Durata: i senatori resteranno in carica per la stessa durata del loro mandato territoriale, ovvero fin quando dura il Consiglio Regionale che li ha eletti (simul stabunt vel simul cadent).

Fiducia: non voterà la fiducia al Governo;

Poteri: in linea di massima la sua competenza legislativa resterà piena solo in caso di leggi costituzionali; può chiedere alla Camera di modificare una legge ordinaria ma la Camera potrà comunque disattendere la richiesta (che peraltro deve pervenire nel termine massimo di 30 giorni) e se la legge ordinaria riguarda il rapporto Stato-Regioni la Camera potrà respingere tale richiesta solo con la maggioranza assoluta;

-Cariche dello Stato: la seconda carica dello Stato diverrà il Presidente della Camera e non più il Presidente del Senato

Iniziativa Legislativa: Il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica.

In conclusione chi scrive non crede di aver maturato un’esperienza tale in campo politico/istituzionale da consentirgli di esprimere un giudizio opportuno sulla delicatissima questione. Riprendendo la metafora iniziale del “Parlamento come cuore della Nazione” ne deriva che una modifica dell’assetto parlamentare corrisponderebbe sempre metaforicamente a quella che in ambito medico è un’operazione al cuore, ragion per cui ritengo saggio che siano menti senz’altro più illuminate della mia ad esprimersi sulla questione.

Ciò premesso è comunque opportuno maturare in fretta un’opinione in merito poiché in base all’art. 138 Cost. (Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.) ed atteso che in seconda votazione al Senato non si è raggiunto il quorum qualificato dei 2/3 probabilmente saremo chiamati ad un referendum costituzionale. Nel referendum costituzionale si vota SI per confermare il testo di legge e NO per abrogarlo in quanto la domanda che viene rivolta nel referendum confermativo/costituzionale è “volete voi confermare questa legge?” (a differenza di quello abrogativo ove viene chiesto “volete voi abrogare questa legge?” per cui si vota SI per abrogare la legge e NO per confermarla), inoltre non è previsto alcun quorum per la validità della consultazione.

L’importanza del voto

Tutti i cittadini sono invitati a riflettere sulla questione che segnerà la vita politica nazionale, anche delle future generazioni e dunque appare opportuno che non siano gli stessi venti che muovono le bandiere politiche ad animare la scelta del cittadino perché altrimenti una questione così delicata rischierebbe di essere degradata ed affrontata come un becero tifo da stadio guidata più dalle simpatie politiche contingenti per questo o quel partito, per questo o quel governante, piuttosto che essere analizzata nel merito in maniera obiettiva con la responsabilità e la serietà che richiede una questione così importante.

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