Isis, una minaccia globale

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Nuovi raid creeranno nuovi kamikaze

di GIANFRANCO DE FRANCO

LIQUIDARE l’Isis come una minaccia regionale è stato un grave errore. La sua minaccia è globale, come globale è diventata la lotta contro di essa dopo che anche la Russia è scesa in campo. Manca la Cina. Restiamo in attesa.

Io ritengo che l’unico modo per proteggere il mondo dall’Isis, sia quello di sconfiggerla là dove è nata, ma non bastano di certo i raid aerei. Se si vuole fare la guerra, essa deve essere di terra.

Mi chiedo, però, se ci siano altri modi. Se possiamo evitare di causare un’altra “macelleria” di soldati occidentali e di miliziani jihadisti. E’ possibile?

Non so se lo sia, ma se lo fosse l’unica soluzione sarebbe quella di affidare la battaglia agli stati dove i jihadisti prosperano e combattono.

L’errore dell’Occidente nei confronti dei paesi musulmani è evidente. Dopo la guerra in Afghanistan per prendere bin Laden, c’è stata una sequenza di errori fatali. I governi occidentali supportati dai servizi che non sono evidentemente più all’altezza degli 007 di una volta, hanno preso decisioni sbagliate in nome della libertà, in nome della liberazione dei popoli, della democrazia e della civiltà.

E’ vero o è un imbroglio?

L’Occidente ha portato la morte e la distruzione nei paesi islamici davvero in nome della democrazia, della libertà e dei diritti umani?

Ma se così fosse perché, ad esempio, non lo ha fatto in Sudafrica ai tempi dell’apartheid? O in America latina quando era governata da feroci dittatori?

E’ possibile che l’intervento armato occidentale nei paesi islamici sia stato determinato da interessi economici o militari?

Qualunque sia la risposta, mi sembra verosimile che la ribellione dell’Isis dipenda da questo.

Una ribellione, come dice papa Francesco, portata avanti con metodi che di umano non hanno nulla. Sono disumani e sembrano invincibili. Sono votati alla morte ed è difficile fermare chi decide di morire purché ne muoiano altri.

Si potranno chiudere frontiere, riempire le strade di militari armati fino ai denti, ma di fronte a chi si mette davanti a loro con una cintura esplosiva per morire insieme a quelli che lo vogliono fermare, c’è davvero poco da fare.

Rispondere ai kamikaze con i raid non serve, perché sono stati i raid a “creare” i kamikaze. Nuovi raid creeranno nuovi kamikaze.

E allora?

Ci vuole un “pulizia” etnica? Sarebbe giustificabile una pulizia etnica? Perché non è una guerra contro una nazione, è una guerra contro una religione, contro chi muore nel nome del suo Dio.

Non ho, ovviamente, la soluzione del dilemma, ma penso che, mentre pensiamo a controllare i nostri confini, ad alzare i livelli di allerta, dobbiamo pensare anche seriamente ad allentare la morsa nei paesi islamici.

L’esempio dell’Iran è lampante. Pensate se invece dell’accordo si fosse scelta la via della contrapposizione (come voleva Netanyhau). Avremmo avuto altri kamikaze se non una bomba atomica e ora staremmo, probabilmente, a piangere altri morti.

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